In moltissime poesie del Novecento troviamo il melograno. Ad esempio ne scrive Paul Valéry (Sète, 30 ottobre 1871 – Parigi, 20 luglio 1945) scrittore, poeta e aforista francese ne “Le melegrane”.

 

“Melagrane dure, spaccate

dall’urger soverchio dei chicchi,

o fronti sovrane, pei ricchi

pensieri compressi, scoppiate”

 

pere e melograno

E anche Gabriele D’Annunzio, che descrive i frutti del melograno in tutta la loro carica esplosiva, tanto sono ricchi e pieni di grani, incontenibili.

 

“Il frutto del melograno gonfio di maturità

si fendeva subitamente

come una bella bocca

sforzata dall’impeto di un riso cordiale”

 

melograno e pere

Così Federico Garcia Lorca nella sua “Canzone Orientale” del 1920 parla del melograno come di un frutto carnale, ancestrale:

 

“È la melagrana profumata

un cielo cristallizzato

(Ogni grana è una stella

ogni velo è un tramonto)

La melagrana è come un seno

vecchio di pergamena,

La melagrana è un cuore

che batte sul seminato

La melagrana è il tesoro

del vecchio gnomo del prato

Ma la melagrana è il sangue,

sangue sacro del cielo

La melagrana è la preistoria

del sangue che portiamo

Potessi essere come sei tu, frutto,

passione sulla campagna!”

 

E poi si aggiunga l’affezione di Emily Dickinson per questo albero. Ce ne parla Serena Dandini nel suo libro “Dai Diamanti non nasce niente” citando una biografia della poetessa: Emily Dickinson’s Gardens di Marta McDowell. Qui si dipinge Emily come una donna che amava stare all’aria aperta nel suo giardino peraltro alquanto rigoglioso. Si legge: «Inginocchiata nel fango a piantare bulbi per le stagioni a venire. Oppure, nel calore della serra, si occupava delle pianticelle più delicate, oleandri e melograni, al riparo dai rigori invernali».

 

Photo credits: Lexi Blue

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