Provate a chiedervi quanti chicchi racchiude una melagrana. Tirate a indovinare, il numero di grani o arilli stivati nella sua bacca, tra la sua polpa astringente e carnosa. Se ne possono contare almeno seicento, come gemme di rubino, rosso granato, come il vessillo che caratterizza la bella città andalusa di Granada, il più famoso centro di lavorazione del suo frutto.

Ci piace pensare al frutto globoso e coronato, chiamato anche come balaustio, come un piccolo regno e, i suoi grani vinosi, come abitanti luminosi. Centinaia di semi, poligoni in comune, divisi solo da una pellicola ocra, sottile, quasi trasparente che probabilmente aspetta ancora una definizione.

Coltivare il melograno: innesto e talea

Chi ancora non crede che la sua bacca contenga così tanti chicchi, con una dose di pazienza può conteggiarli e magari dare loro un significato di onestà e correttezza per ognuno di essi così come facevano i popoli ebraici paragonandoli alle seicentotredici prescrizioni o mitzvot scritte nella Torah o come i babilonesi che li masticavano prima della battaglia per rendersi imbattibili.

Con questo frutto le metafore si amplificano e si perdono tra le varie civiltà che gli hanno attribuito numerose simbologie.

Il segreto della fertilità risiederebbe ad esempio proprio nel numero dei suoi chicchi o forse perché sarebbe stata addirittura Venere la prima divinità piantare l’albero di melograno nel suo giardino in onore di Zeus. Tale metafora si sarebbe tramandata poi in tutta l’Europa fino ai giorni nostri con i dipinti del millequattrocento che usavano porre in mano alle figure mistiche proprio un pomo di melograno per auspicare un nuovo concepimento e donare un altro essere all’umanità.

 

Photo credits: Thor

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