Era una domenica, di novembre. Così inizia nelle “Novelle” di Grazia Deledda quella dal titolo “La Melagrana”.

Forse non tutti la conoscono bene, ma provate ad entrare per un momento nel mondo di una “Alice” (In Wonderland) nella Sardegna di oltre cento anni fa. Pensate a una bambinetta che non amava affatto la scuola, ma che appena poteva si tuffava nei libri (iniziò con quelli che lo zio le aveva donato) e che ben presto apprese l’arte del gioco delle parole e si mise a scrivere fino all’ultimo dei suoi giorni racconti, novelle, romanzi, fiabe.

E pensate alla sua terra sarda, che potete immaginare grazie alla narrazione: una mappa sensoriale di dense descrizioni di colori, suoni e profumi.

Ne “La Melagrana” ci troviamo in una guerra dei bottoni: per strada ci sono i figli del fornaio, della stiratrice, del lucidatore di mobili e del carbonaio, tutto nero.

La Melagrana
La Melagrana

Tutti lo temono, il figlio del carbonaio, e quel giorno è pateticamente cattivo. Sta per iniziare la lotta ma a distrarlo sono proprio i frutti del melograno. E tra questi spicca “la prima melagrana del giovane albero, che la offriva in mostra, rossastra, dura e col capezzolo spaccato, con una insolenza provocatrice”. L’oggetto della contesa è proprio il frutto del melograno, protagonista di un finale drammatico, dove il sangue rosso vermiglio si tinge di viola.

Ma lasciamo queste sfumature violacee, un poco tristi e restiamo – cari lettori – proiettati verso la primavera, quando il melograno inizierà a rinverdire, dopo l’inverno in cui è stato fermo e secco. I suoi ultimi frutti sono stati consumati ormai, messi in bell’aspetto al centro tavola o appesi alle porte dentro le ghirlande, rosse e verdi.

Photo credits: Jason Toff

 

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