«Io avevo avviticchiate intorno a quel bambino tutte le mie gioie tutte le mie speranze tutto il mio avvenire: tutto quel che mi era rimasto di buono nell’anima lo aveva deposto su quella testina», così scriveva il poeta Giosué Carducci all’amico Giuseppe Chiarini in una lettera del 14 novembre 1870.

L’improvvisa morte del figlio Dante, avvenuta pochi giorni prima, il 9 novembre, fu un durissimo colpo per Carducci. E per anni la lirica che compose, quasi come un canto funebre, rimase senza titolo.

Parliamo del “Pianto Antico”, pianto a cui il poeta aveva inizialmente premesso alcuni versi del poeta greco Mosco. Il titolo nacque nel 1879, insieme a “Fuori alla Certosa di Bologna” (nelle “Odi Barbare”) che riprende, nella parte finale, l’ultima strofa dell’addio al figlio morto. Nel mandare la nuova poesia all’amico Chiarini, Carducci dice «Ti mando una elegia fatta su un pensiero antico».

Carducci e il Melograno
Carducci e il Melograno

Così dal pensiero antico nasce il Pianto antico e il suo titolo.

In questa poesia si vive il contrasto tra la fine della vita e la natura che invece si rinnova, rappresentata proprio dal melograno.

“L’albero a cui tendevi la pargoletta mano, il verde melograno da’ bei vermigli fiori”.

Ad ogni primavera la luce e il calore risvegliano la vita (il melograno), mentre niente può portar via il piccolo Dante dalla eterna immobilità della tomba fredda e buia.

Da un canto il verde del melograno, i suoi vermigli fiori, il ghigno che porta calore, luce e ancora sole e amore; dall’altro l’orto muto e la terra fredda e nera.

Il melograno – albero che sorgeva realmente nel cortile della casa di via Broccaindosso a Bologna, dove il poeta Carducci abitava dopo il suo arrivo in città nel 1860 – suscita, a contrasto con la morte, la contentezza nel vedere la primavera e il ritorno dei fiori, suggerito dall’utilizzo di tre parole (verde – vermigli – rinverdì) che foneticamente danno l’idea di qualcosa che Ri-tornerà.

Photo credits: nickliv

 

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