Storia

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Melograno Pompei
melograno Pompei

Le raffigurazioni riguardanti il melograno hanno spesso una carica fortemente simbolica e sono diffuse largamente in ambito funerario.

Eppure, vi sono altre rappresentazioni in cui la melagrana compare, seppur raramente, non necessariamente legato ad un complesso programma iconografico. Ciò denota quanto le peculiarità estetiche di questo arbusto e del suo frutto abbiano colpito l’immaginario, tanto da essere utilizzato in rappresentazioni puramente ornamentali.

L’albero del melograno infatti si riconosce perfettamente negli affreschi che decorano l’ambiente sotterraneo della Villa di Livia o Villa di Prima Porta, appartenuta a Livia Drusilla, moglie dell’imperatore Augusto.

Ascrivibile alla prima metà del I sec. d. C., ci ha tramandato uno dei più raffinati esempi di pittura parietale romana. Soggetto preferito di tali rappresentazioni era il giardino illusionistico, come si riscontra in altre abitazioni coeve: la pittura avvolgeva interamente le pareti dei triclinii così da infondere nei commensali l’illusione di banchettare all’aperto.

Melograno Pompei
melograno Pompei

L’attenzione al dato realistico è qui impressionante ed è testimoniata dal sapiente utilizzo dei colori per la rappresentazione delle specie avicole e dalle sfumature del verde, utilizzate sia per definire le varie specie botaniche, sia per rendere gli effetti della luce che si infrange su foglie, frutti, fiori e cespugli.

La rappresentazione dell’albero del melograno, che qui ricorre più volte, funge da puro elemento decorativo, ed è per noi, insieme alla varietà dei vegetali rappresentata, un prezioso documento che aiuta a ricostruire l’aspetto dei giardini delle ville romane dell’epoca e che testimonia al tempo stesso la diffusione e l’utilizzo della pianta del melograno nel corso del tempo.

Photo credits: Ian Scott

Carducci e il Melograno
Carducci e il Melograno

«Io avevo avviticchiate intorno a quel bambino tutte le mie gioie tutte le mie speranze tutto il mio avvenire: tutto quel che mi era rimasto di buono nell’anima lo aveva deposto su quella testina», così scriveva il poeta Giosué Carducci all’amico Giuseppe Chiarini in una lettera del 14 novembre 1870.

L’improvvisa morte del figlio Dante, avvenuta pochi giorni prima, il 9 novembre, fu un durissimo colpo per Carducci. E per anni la lirica che compose, quasi come un canto funebre, rimase senza titolo.

Parliamo del “Pianto Antico”, pianto a cui il poeta aveva inizialmente premesso alcuni versi del poeta greco Mosco. Il titolo nacque nel 1879, insieme a “Fuori alla Certosa di Bologna” (nelle “Odi Barbare”) che riprende, nella parte finale, l’ultima strofa dell’addio al figlio morto. Nel mandare la nuova poesia all’amico Chiarini, Carducci dice «Ti mando una elegia fatta su un pensiero antico».

Carducci e il Melograno
Carducci e il Melograno

Così dal pensiero antico nasce il Pianto antico e il suo titolo.

In questa poesia si vive il contrasto tra la fine della vita e la natura che invece si rinnova, rappresentata proprio dal melograno.

“L’albero a cui tendevi la pargoletta mano, il verde melograno da’ bei vermigli fiori”.

Ad ogni primavera la luce e il calore risvegliano la vita (il melograno), mentre niente può portar via il piccolo Dante dalla eterna immobilità della tomba fredda e buia.

Da un canto il verde del melograno, i suoi vermigli fiori, il ghigno che porta calore, luce e ancora sole e amore; dall’altro l’orto muto e la terra fredda e nera.

Il melograno – albero che sorgeva realmente nel cortile della casa di via Broccaindosso a Bologna, dove il poeta Carducci abitava dopo il suo arrivo in città nel 1860 – suscita, a contrasto con la morte, la contentezza nel vedere la primavera e il ritorno dei fiori, suggerito dall’utilizzo di tre parole (verde – vermigli – rinverdì) che foneticamente danno l’idea di qualcosa che Ri-tornerà.

Photo credits: nickliv

 

Anche nelle “Favole” di Esopo si legge del melograno. La Favola numero 324 dal titolo “Il melograno, il melo, l’olivo e il rovo” brevemente racconta così:

Il melograno, il melo e l’olivo vantavano ciascuno la propria fertilità. La discussione si faceva animata e, il rovo che li udiva dalla siepe vicina, saltò su a dire: «Olà amici, finiamola una buona volta di litigare!». La favola è emblematica: quando i migliori sono intenti a litigare, anche quelli che non valgono nulla cercano di darsi delle arie.

E se Esopo parlava di pavoneggiarsi nel VI a.c., di una simile qualità parla anche Charlotte de Latour ne “Il linguaggio dei fiori” (Leo S. Olschki, 2008), in pieno romanticismo francese. La nobildonna associa infatti il frutto della melagrana alla fatuità, utilizzando la metafora dello sciocco che vorrebbe costringere una talpa ad ammirare lo splendore della melegrana.

Il melograno, il melo, l'olivo e il rovo
Il melograno, il melo, l’olivo e il rovo

Dare un significato simbolico ai fiori e alle piante è un uso che risale fin all’antichità. Con l’Ottocento l’interesse per il linguaggio dei fiori assume forse il massimo sviluppo, legato alla comunicazione dei sentimenti, tanto che si diffuse un’editoria specializzata nella stampa dei flower books, elegantemente illustrati con incisioni e litografie. In Europa seguirono diversi libri e dizionari dedicati all’argomento, come questo di de Latour, un libro particolarmente fortunato, che ebbe parecchie edizioni, arricchite da preziosi disegni floreali.

La fatuità del melograno
La fatuità del melograno

 

Ma in esso il melograno – considerato insieme al melo cotogno e alla vite uno dei più antichi alberi da frutta coltivati – e il suo frutto non godono di ottimi aggettivi, bensì sono associati alla vanità.

Photo credits: Cristina Milioni & Laurakgibbs

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Melograno Cinese
Melograno Cinese

In tutta l’arte cristiana, il melograno è utilizzato come simbolo di resurrezione e di promessa di vita eterna.

Nei dipinti di Botticelli e Raffaello (XV secolo), la Vergine Maria appare con il Cristo bambino e un melograno, a rappresentare, inoltre, la pienezza, la speranza, la fecondità spirituale e la castità della Vergine Maria.

Nel 1492, Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona riconquistano Granada, l’ultima roccaforte mussulmana dell’Andalusia. Secondo la tradizione locale, la regina Isabella era rimasta così affascinata dalla città e ne aveva paragonato i sui palazzi ai chicchi della melagrana, incastonati come gioielli sui fianchi delle colline, che volle averla tutta per sé, decidendo di sferrare un attacco contro i mori del piccolo e indipendente emirato.

Nel 1509, Enrico VIII d’Inghilterra sposa Caterina d’Aragona: per rappresentare questa unione, il melograno di Granada si fonde con la rosa dei Tudor negli emblemi che adornano ogni palazzo reale. E si dice che fu proprio Enrico VIII ad aver piantato il primo albero di questo frutto in Gran Bretagna.

Le tre abbondanze (Fu shou san duo 福壽三多), fine del XX secolo, Yangliuqing, Tianjin 天津楊柳青
Le tre abbondanze (Fu shou san duo 福壽三多), fine del XX secolo, Yangliuqing, Tianjin 天津楊柳青

Anche Enrico IV di Francia (1598) utilizza il simbolismo del melograno per rappresentare il suo regno: nel suo araldo, il motto “aspro ma dolce” rappresenta l’ideale di governo, in cui temperare la severità con mitezza. E sempre in Francia, durante la rivoluzione, il dodicesimo mese dell’anno del calendario repubblicano (1793), Fruttidoro, è rappresentato da una fanciulla con una melagrana il mano.

Mentre il nome botanico della melagrana – Punica Granatum – si deve nel 1735 allo svedese Carlo Linneo, padre della tassonomia.

La melagrana fu infine molto presente nell’arte del XX secolo: il post-impressionismo, il fauvismo e il surrealismo, Cézanne, Matisse, Picasso e Dalí ricorrono spesso alla raffigurazione simbolica di questo frutto che campeggia nei loro quadri.

Il Melograno: piccola storia in chicchi – parte I

Persefone e il melograno

Noto a molte culture del passato, il melograno ha da sempre catturato l’attenzione dell’uomo, divenendo protagonista di favole, leggende e riti, alcuni sopravvissuti ai nostri giorni.

Considerato insieme all’oppio un frutto demetriaco, lo troviamo raffigurato già anticamente, come testimoniano le tavolette fittili rinvenute a Locri Epizefiri, nelle rappresentazioni riguardanti il celebre racconto mitologico di Persefone-Kore, figlia di Demetra, rapita da Ade.

Secondo il racconto, quest’ultimo, una volta condotta la fanciulla nel suo regno degli Inferi, escogita un piano per tenerla con sé in eterno.

Persefone e Ade, Locri Epizefiri V a.C.
Persefone e Ade, Locri Epizefiri V a.C.

Offre della frutta alla bella Persefone, che accetta di cibarsi proprio di sei chicchi di melagrana, ignorando che vige una regola che segnerà il suo destino: apprende solo successivamente che chi si ciba dei frutti dell’oltretomba, è condannato a rimanerci per sempre. La madre Demetra, dea delle messi e della fecondità, dopo aver vagato inutilmente per la terra e aver scoperto il rapimento, giunge a rendere infeconda la terra fino a quando non riavrà sua figlia.

La sua reazione vendicativa costringe Zeus ad intervenire e a trovare un accordo: Persefone avrebbe passato nel regno degli Inferi, a fianco di Ade ormai suo consorte, un numero di mesi pari al numero di semi di cui si era cibata, potendo trascorrere sulla terra con sua madre il resto dell’anno.

Mentre a Demetra non restava che attendere ogni periodico ritorno dell’amata figlia, festeggiandolo con una natura verdeggiante e rigogliosa, l’iconografia degli affascinanti frutti di questo arbusto e l’allusione ai suoi numerosissimi semi sarà spesso associata ai concetti di fertilità, fecondità e amore coniugale.

 

Photo: Persephone, Pergamon Museum, Berlin

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Melograno di kate fisher
Melograno di kate fisher

Il melograno è uno dei frutti più antichi della storia dell’umanità: alcune tracce furono trovate in scavi della prima età del bronzo (3500 – 2000 A.C.).

Originario dell’Iran, intorno il 1600 A.C. fa la sua apparizione in Egitto, dove il frutto viene utilizzato in vari modi: il succo serve a combattere i vermi intestinali, il fiore e la buccia vengono usati come coloranti per tessuti e pellame.

Nel 957 A.C., le colonne del Tempio di Salomone a Gerusalemme sono decorate con questi frutti che ornano anche le vesti dei sacerdoti, al di sopra e al di sotto dell’orlo.

Il frutto arriva in Occidente, da Cartagine a Roma, intorno al 700 A.C.

Pompei, affresco del 70 DC
Pompei, affresco del 70 DC

 

Noto come “malum punicum” (mela fenicia), viene utilizzato dalle donne sposate che decorano con frutti, foglie e rami di melograno i copricapi, per indicare il proprio stato civile.

Il frutto, carico di simbolismo, si ritrova nelle antiche religioni (700 – 480 A.C.): per il zoroastrismo l’albero è simbolo di vita eterna, nel buddismo è frutto benedetto e la religione greca lo lega al mito di Persefone, figlia di Zeus e di Demetra, a simboleggiare l’indissolubilità del matrimonio.

Attorno al 138 – 125 A.C. la Cina incontra il melograno, che arriva dal Medio Oriente tramite la leggendaria Via della Seta.

Maometto, fondatore dell’Islam (609-632), considera la melagrana un prezioso frutto, nutriente, portatore di pace a livello sia emotivo che fisico, che purifica il corpo dalla gelosia e dall’odio.

Ed è ancora a Granada (Spagna), nell’Alhambra, che la dinastia dei Nasridi sceglie come motivo decoratore nelle arcate e nei mosaici proprio la melagrana (1238 – 1258).

 

Photo: Pomegranate of kate fisher & Pompei, affresco del 70 DC 

Miniatura dalla Bibbia
Miniatura dalla Bibbia, Cattedrale di Winchester, XII secolo

Nella Bibbia troviamo il melograno tra i sette prodotti agricoli della terra promessa.

Una descrizione affascinante è certamente quella delle due colonne del tempio di Salomone, decorate proprio con questo albero e questo frutto.
Ma soprattutto il melograno è metafora di fertilità nel Cantico dei Cantici. Il Cantico – testo della Bibbia ebraica e cristiana – è un meraviglioso poema d’amore tra Salomone e la sua amata, Sulammita.
Un inno di bellezza e di amore, che spesso funge da dedica, ancora oggi, nei matrimoni: tra i numerosi simboli che l’autore del Cantico regala all’amata appare anche il melograno.

 

King Solomon meets the Queen of Sheba
King Solomon meets the Queen of Sheba by Maître Afewerk Tekle

Il melograno ha un così forte valore simbolico che l’amata è comparata ad un giardino di melograni. Il giardino, metafora dell’amore, è un fiorire di melograni. L’amore sarà pronto da consumare quando il giardino avrà i melograni fioriti. Lo possiamo immaginare questo giardino? Questa concentrazione perfetta di natura, colori e profumi.

E ancora nel descrivere il corpo dell’amata, l’autore dice: «la tua bocca è soffusa di grazia: come spicchio di melagrana la tua gota attraverso il tuo velo». (4,1-3). Per l’uomo biblico la bellezza è salute e, per associazione, è fertilità.

Un albero fertile e fecondo come il melograno: così è, per lui, lei. Il rosso delle sue guance è segno evidente di forza vitale. E di una fertilità prossima a realizzarsi.

“I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con frutti più squisiti,
alberi di cipro con nardo,
nardo e zafferano, cannella e cinnamomo
con ogni specie d’alberi da incenso;
mirra e aloe
con tutti i migliori aromi.
Fontana che irrora i giardini,
pozzo d’acque vive
e ruscelli sgorganti dal Libano.
Venga il mio diletto nel suo giardino
e ne mangi i frutti squisiti”.
(Cantico dei Cantici, IV, 1-16. Fonte: La sacra Bibbia, Cei, 1974 Roma)

 

Foto: Miniatura dalla Bibbia, Cattedrale di Winchester, XII secolo & King Solomon meets the Queen of Sheba by Maître Afewerk Tekle

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Suora con Melograno
Photo: Melograna, autore sconosciuto, XIV sec

Albero simbolico per eccellenza, il melograno è pianta di buon augurio. Significa abbondanza, ricchezza, longevità, amore ardente e fertilità.

Conferma questa simbologia anche la tradizione asiatica, dove la melagrana aperta rappresenta abbondanza e buon augurio. Le spose turche a tutt’oggi lanciano a terra una melagrana e, a seconda di quanti chicchi fuoriusciranno nell’impatto col suolo, quello sarà il numero dei figli che partoriranno. Di origine indiana è la credenza che il succo di questo frutto combatta la sterilità.

Nella mistica cristiana questo simbolismo si arricchisce di significato spirituale fino a considerare il frutto e i suoi semi come espressione della risurrezione di Cristo e della perfezione divina.  Un unico frutto che riunisce tanti semi preziosi e rappresenta l’unità stessa della Chiesa.

Nei quadri rinascimentali dove compariva il melograno, tenuto in mano dalla Madonna o da Gesù, esso simboleggiava il sangue e quindi il destino stesso di Cristo.

Per la massoneria è un simbolo importante e rappresenta la fratellanza degli affiliati (i singoli grani) la solidarietà delle logge, che sono contenute nello stesso frutto e la tolleranza della diversità.

Per gli ebrei la corona, che nella simbolistica ebraica indica la santità, è rappresentata dalla “corona”, residuo del calice fiorale che permane nella parte apicale del frutto. La melagrana viene vista come simbolo di onestà e correttezza, dato che il suo frutto conterrebbe 613 semi, che come altrettante perle sono le 613 prescrizioni scritte nella Torah (365 divieti e 248 obblighi), osservando le quali si ha certezza di tenere un comportamento saggio ed equo.

Nell’araldica rappresenta l’amicizia e secondo il linguaggio dei fiori significa sincerità e generosità.

 

Photo: Melograna, autore sconosciuto, XIV sec

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