Arte

Melagrana e Hera
Melagrana e Hera

Nell’antica Grecia, la melagrana e il melograno sono stati due degli attributi iconografici di alcune divinità femminili quali Demetra, Persefone, Afrodite ed Hera.

Sono divinità diverse, ma accomunate dall’esser ritenute responsabili della fertilità delle persone, degli animali e dell’abbondanza dei raccolti. Dallo studio della presenza della melagrana nelle raffigurazioni della dea Hera è inoltre stato possibile confermare sia quanto alcuni simboli e immagini cristiane siano state ereditate dal preesistente culto pagano, sia quanto alcuni riti e usi odierni riguardanti il frutto, abbiano radici alquanto remote

La dea Hera, sorella e moglie di Zeus, sovrana dell’Olimpo, era venerata come divinità tutelare delle nozze e della fedeltà coniugale, raffigurata sempre solennemente, di solito assisa in trono. Gli attributi più comuni che si evincono dalle rappresentazioni della dea sono il polos (copricapo), il papavero da oppio e la melagrana, simbolo di abbondanza e fertilità.

Melagrana e Hera
Melagrana e Hera

Dagli scavi dell’Heraion (luogo di culto dedicato alla dea) di Samo è pervenuto un cospicuo numero di melagrane bronzee e di terracotta, alcune delle quali forate nella corolla per essere appese come frutti votivi. Invece, presso l’Heraion alla foce del Sele, non lontano dagli scavi archeologici di Paestum, è stata ritrovata una statua marmorea che ritrae Hera in trono con la melagrana in mano. Il culto di Hera sopravvisse lungamente in questa zona e fu rielaborato dalla nuova dottrina: non è un caso che dalla zona paestana si diramerà l’iconografia della “Madonna del Granato” ove l’antico emblema pagano della melagrana annuncerà il martirio fecondo proprio come il frutto ricco di semi.

 

Photo credits: Anton Raphael Mengs

Anche nelle “Favole” di Esopo si legge del melograno. La Favola numero 324 dal titolo “Il melograno, il melo, l’olivo e il rovo” brevemente racconta così:

Il melograno, il melo e l’olivo vantavano ciascuno la propria fertilità. La discussione si faceva animata e, il rovo che li udiva dalla siepe vicina, saltò su a dire: «Olà amici, finiamola una buona volta di litigare!». La favola è emblematica: quando i migliori sono intenti a litigare, anche quelli che non valgono nulla cercano di darsi delle arie.

E se Esopo parlava di pavoneggiarsi nel VI a.c., di una simile qualità parla anche Charlotte de Latour ne “Il linguaggio dei fiori” (Leo S. Olschki, 2008), in pieno romanticismo francese. La nobildonna associa infatti il frutto della melagrana alla fatuità, utilizzando la metafora dello sciocco che vorrebbe costringere una talpa ad ammirare lo splendore della melegrana.

Il melograno, il melo, l'olivo e il rovo
Il melograno, il melo, l’olivo e il rovo

Dare un significato simbolico ai fiori e alle piante è un uso che risale fin all’antichità. Con l’Ottocento l’interesse per il linguaggio dei fiori assume forse il massimo sviluppo, legato alla comunicazione dei sentimenti, tanto che si diffuse un’editoria specializzata nella stampa dei flower books, elegantemente illustrati con incisioni e litografie. In Europa seguirono diversi libri e dizionari dedicati all’argomento, come questo di de Latour, un libro particolarmente fortunato, che ebbe parecchie edizioni, arricchite da preziosi disegni floreali.

La fatuità del melograno
La fatuità del melograno

 

Ma in esso il melograno – considerato insieme al melo cotogno e alla vite uno dei più antichi alberi da frutta coltivati – e il suo frutto non godono di ottimi aggettivi, bensì sono associati alla vanità.

Photo credits: Cristina Milioni & Laurakgibbs

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Botticelli Primavera
Botticelli Primavera

Felice Casorati, pittore piemontese nato a Novara nel 1883 e morto a Torino nel 1963, delle sue opere scriveva: ”Vorrei saper proclamare la dolcezza di fissare sulla tela le anime estatiche e ferme, le cose immobili e mute, gli sguardi lunghi, i pensieri profondi e limpidi, la vita di gioia e non di vertigine, la vita di dolore e non di affanno”.

Il sogno del Melograno” del 1912 è uno degli esempi più riusciti di questa aspirazione, un elogio alla calma, all’equilibrio e alla bellezza.

La natura è rappresentata come un’esplosione brillante di colori, un tripudio di fiori dalle infinite tonalità e forme, in cui tutta la vegetazione diventa un unico motivo ornamentale; la stessa firma del pittore, in basso a destra, diventa una graziosa pergamena verde, come una foglia del prato fiorito.

Le piante e i fiori hanno messo radici su ogni elemento dipinto, anche sul cuscino su cui poggia la testa della ragazza addormentata e sul suo vestito bianco.

Vestito che ricorda quello splendido abito fiorito indossato da una delle figure rappresentate ne “La primavera” del Botticelli, la dea Flora, che rappresenta la divinità della fioritura, della giovinezza, protettrice della fertilità, dal cui grembo si spargono fiori sulla terra.

Botticelli “La primavera”, Galleria degli Uffizi
Botticelli “La primavera”, Galleria degli Uffizi

Il sonno sembra aver sorpreso improvvisamente la donna dalle labbra dipinte di rosso mentre mangiava una melagrana nella luce del pomeriggio, come se fosse stremata.

E il quadro sembra quasi il sogno della ragazza, una visione senza una reale prospettiva,

accennata solo dal tralcio d’uva che taglia la parte superiore del dipinto e delimita la divisione tra il cielo e la terra.

Una visione, di quelle che appaiono in sogno, in cui melograni, papaveri, uva e bucaneve fioriscono e maturano contemporaneamente, ignorando ogni legge di natura, di spazio e tempo.

Photo: Botticelli “La primavera”, Galleria degli Uffizi

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Dali e il Melograno
Photo credits: Chamko Rani (https://www.flickr.com/photos/chamkorani/

L’artista catalano Salvador Dalì, ammiratore e sostenitore della teoria dei sogni di Freud, attinge, come molti dei surrealisti, alla sfera dell’inconscio per la creazione delle sue opere.

Nel “Sogno causato dal volo di un’ape intorno a una melagrana un attimo prima del risveglio”, del 1944, Dalì ci rivela nel titolo tutte le informazioni necessarie a risolvere l’indovinello che ha dipinto per noi: lo stimolo esterno (l’ape che ronza intorno alla melagrana) fa scaturire il sogno della donna dipinta (Gala, musa e moglie di Dalì) generando una serie di immagini frutto di associazioni mentali dai contenuti irrazionali.

Secondo Freud, durante il sonno il cervello elabora gli stimoli sensoriali esterni costruendo immagini che, unite ai desideri dell’inconscio, creano forme nuove.

La paura inconscia della puntura dell’ape si trasforma in una visione carica di aggressività in cui la melagrana, simbolo del femminile, partorisce un pesce mostruoso, che a sua volta genera due tigri nere e gialle come il corpo dell’ape, e infine una baionetta, ovvero il pungiglione, che sta per infilzare il braccio della dormiente.

Un elefante dalle zampe lunghissime da insetto, ricorrente nelle opere di Dalì e richiamo all’obelisco della Minerva di Bernini a Roma, cammina sulle acque sottolineando l’atmosfera paradossale, che oscilla tra forza e impotenza.

Tutto nella scena è sospeso a mezz’aria e tutto è coperto dall’acqua, intesa come un richiamo simbolico alla nascita e all’inconscio, a tutto quello che in noi resta sommerso.

Il sogno di Gala crea immagini di universo privato pieno di simbologie e rimandi al femminile e al maschile, in un ciclo perpetuo in cui i confini tra l’essere vittima o creatrice si dissolvono e perdono significato.

 

Photo credits: Chamko Rani

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Suora con Melograno
Photo: Melograna, autore sconosciuto, XIV sec

Albero simbolico per eccellenza, il melograno è pianta di buon augurio. Significa abbondanza, ricchezza, longevità, amore ardente e fertilità.

Conferma questa simbologia anche la tradizione asiatica, dove la melagrana aperta rappresenta abbondanza e buon augurio. Le spose turche a tutt’oggi lanciano a terra una melagrana e, a seconda di quanti chicchi fuoriusciranno nell’impatto col suolo, quello sarà il numero dei figli che partoriranno. Di origine indiana è la credenza che il succo di questo frutto combatta la sterilità.

Nella mistica cristiana questo simbolismo si arricchisce di significato spirituale fino a considerare il frutto e i suoi semi come espressione della risurrezione di Cristo e della perfezione divina.  Un unico frutto che riunisce tanti semi preziosi e rappresenta l’unità stessa della Chiesa.

Nei quadri rinascimentali dove compariva il melograno, tenuto in mano dalla Madonna o da Gesù, esso simboleggiava il sangue e quindi il destino stesso di Cristo.

Per la massoneria è un simbolo importante e rappresenta la fratellanza degli affiliati (i singoli grani) la solidarietà delle logge, che sono contenute nello stesso frutto e la tolleranza della diversità.

Per gli ebrei la corona, che nella simbolistica ebraica indica la santità, è rappresentata dalla “corona”, residuo del calice fiorale che permane nella parte apicale del frutto. La melagrana viene vista come simbolo di onestà e correttezza, dato che il suo frutto conterrebbe 613 semi, che come altrettante perle sono le 613 prescrizioni scritte nella Torah (365 divieti e 248 obblighi), osservando le quali si ha certezza di tenere un comportamento saggio ed equo.

Nell’araldica rappresenta l’amicizia e secondo il linguaggio dei fiori significa sincerità e generosità.

 

Photo: Melograna, autore sconosciuto, XIV sec

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