Arte

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melograno dama e unicorno
melograno dama e unicorno

La presenza del melograno si attesta con finalità sia ornamentali sia allegoriche in alcuni manufatti del Medioevo, quando la rappresentazione di alberi, fiori e piante si perfeziona sempre più: la resa naturalistica diventa più dettagliata, la loro presenza si espande fino a comporre una sorta di quinta architettonica ove inserire scene di carattere narrativo.

Ciò si evince bene in due splendidi cicli di arazzi fiamminghi realizzati alla fine del XV secolo, dove il melograno è presente in tutta la sua carica simbolica. Il più antico, intitolato “La Dama del Liocorno”, consta di sei pannelli, cinque dedicati ai sensi.

Il secondo, intitolato “La caccia all’Unicorno”, è costituito da sette elementi in cui sono raffigurati alcuni nobili che, con l’ausilio dei cani, cacciano e imprigionano l’animale leggendario.

melograno dama e unicorno
melograno dama e unicorno

Nonostante la similarità dovuta alla rappresentazione di immagini riguardanti la favola dell’unicorno, le serie delle due tappezzerie differiscono per l’ideologia che muove i due racconti.

Sull’interpretazione del primo ciclo, la maggior parte degli studiosi è concorde nel reputarla una dichiarazione d’amore, una sorta di corteggiamento della dama protagonista della storia, e ciò spiegherebbe la presenza di esseri animali e vegetali (tra cui il melograno), densi di significati allegorici atti a illustrare il messaggio d’amore.

Il frutto del melograno, simbolo di amore coniugale e fertilità, ben visibile nel pannello raffigurante “La Vista”, alluderebbe alla speranza di un prossimo evento matrimoniale. Nel secondo ciclo invece, che non presenta una visione d’insieme coerente, potrebbe essere un’allegoria della vita di Gesù Cristo: qui i frutti sanguigni del melograno presenti nel tramezzo in cui l’Unicorno è stato rinchiuso in un recinto, si riferirebbero proprio al mistero della sua morte e passione.

Photo credits: Salix

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Un melograno di racey emin
Un melograno di racey emin

Il frutto del melograno è stato da sempre ricondotto all’universo femminile, all’intimità, alla sessualità e anche l’enfant terrible dell’arte contemporanea, Tracey Emin, ne ha colto il simbolismo in una delle sue opere più recenti.

Sono sorte più leggende su Tracey Emin che intorno a qualsiasi altro artista degli anni ’90. Le storie che narravano il suo ritiro da scuola, i lavori precari, una vita sessuale selvaggia e i traumi connessi apparvero ovunque, non solo sulle riviste d’arte.

Tutto era alimentato dall’arte della Emin, che sfruttava impietosa la sua biografia con una immediatezza scioccante.

Per Tracey Emin le emozioni sono importanti, la sua arte non deve lasciare indifferente nessuno: tutti dobbiamo sentire sulla nostra pelle il suo amore, il suo disagio, la sua vergogna e la sua rabbia. In un’intervista del 1998 dichiara: “Tutti si innamorano, tutti si sentono soli, hanno paura, scopano e muoiono. Facciamo tutti le stesse cose, tutti le conosciamo bene, eppure nessuno ne parla. È come se ci fosse una patina di educazione che ricopre ogni cosa, anche l’arte”.

Un melograno di racey emin

Nella sua opera più famosa, My Bed del 1999, Tracey espone il suo letto, nella sua imbarazzante evidenza: bottiglie vuote, mozziconi spenti fra lenzuola macchiate, slip usati. Il suo esaurimento nervoso dopo la fine di un amore diventa condiviso con tutto il mondo, negando la distinzione fra spazio pubblico e privato.

Negli ultimi anni la ragazza arrabbiata di sempre prova a ridefinire la sua identità, abbandonando gli eccessi che l’hanno contraddistinta, realizzando una serie di opere che parlano della calma e della tranquillità ritrovate.

“Secret of the world”, che rappresenta una melagrana, fa parte proprio di questo nuovo filone di opere.

Il delicato melograno realizzato in bronzo fuso e patinato in bianco, non celebra il lato sessuale della Emin, la sua identità promiscua, ma il suo lato più forte e sofisticato. La pelle metallica del melograno incarna la sua resistenza al mondo e il suo centro morbido e vulnerabile è il suo personale regalo allo spettatore. Chi ha detto che un diario deve restare per sempre segreto?

Photo credits: Flavia Giordano

 

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melograno e design
melograno e design

Si sa che ogni artista ha la sua musa. E nel caso dello stilista Rabih Kayrouz non si tratta di una bella donna bensì di un frutto: la melagrana.

Libanese di nascita e parigino d’adozione, dopo aver collaborato con grandissimi nomi come Yves Saint Laurent, Jean Paul Gaultier, Sonia Rikyel, Chanel e Dior, ha fondato la sua Maison Rabih Kayrouz, diventata una firma molto amata nel mondo dell’alta moda, e che ha come logo una piccola melagrana rosso disegnato a mano.

Kayrouz racconta di essere sempre stato ispirato dalla melagrana: “È un frutto che non manca mai nelle case dei libanesi. Trovo la sua forma perfetta. La melagrana risale dall’antichità, un segno che ha a che fare con la fortuna, la fertilità e la femminilità. Per questo voglio che sia associato alla Maison Rabih Kayrouz: perché per me sembra una donna, per il suo colore, per come è succoso e per come può essere aspro e dolce allo stesso tempo”.

melograno e design
melograno e design

Nei suoi vestiti il rosso la fa da padrone, insieme al bianco e al fucsia, al nero, al verde e i tagli sono precisi e morbidi per una vestibilità impeccabile ma scenografica: insomma un vero inno alla melagrana!

Nel 2012 Rabih Kayrouz collabora con lo storico marchio francese La Redoute con l’obiettivo di rendere accessibile a tutte (il prezzo medio di un capo è di 90 euro e la collezione arriva fino alla taglia 52) le sue creazioni da sogno. Partendo dal suo celeberrimo logo crea una stampa con cui sceglie di puntinare tutta la collezione ottenendo un effetto semplice, divertente ma elegante.

E con una attenzione particolare al colore perché: “Non amo particolarmente il nero e cerco di proporlo in maniera minima per i miei capi. Il rosso è il mio colore preferito, per me il rosso è il nuovo nero. Le mie donne vestono i colori, e i colori trasmettono gioia, voglia di vivere rendono gaio l’animo”. Dopo aver visto la sua collezione come dargli torto?

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melograno cezanne
melograno cezanne

Il genere pittorico della natura morta raggiunge un’espressione senza pari nel lavoro dell’artista francese Paul Cézanne tanto che nel 1895 dichiara: ” Con una mela voglio stupire Parigi!” O forse con una melagrana?

La sfida di Cézanne è quella di dipingere senza distinzioni tra pittura nobile (nudo e paesaggio) e pittura minore (natura morta).

Sceglie la mela come simbolo della sua ricerca, un soggetto semplice che richiama alla vita quotidiana, perché il suo obiettivo non è quello di dimostrare la sua abilità nel far apparire vero il frutto dipinto, ma di descrivere la sua presenza nella realtà.

melograno cezanne
melograno cezanne

Cézanne inventa una tecnica destinata a influenzare tutta la storia dell’arte successiva, aprendo la strada a cubismo e astrattismo, che consiste nell’usare il colore per costruire e determinare le forme attraverso accostamenti e sovrapposizioni. Osservando i suoi quadri riconosciamo il soggetto perché ne intuiamo la forma semplificata: non una mela ma il volume della sfera. Egli stesso afferma che tutta la realtà può essere sempre riconducibile a tre solidi geometrici fondamentali: il cono, il cilindro e la sfera.

In Vaso di zenzero con melagrana e pere, i frutti, il vaso, la tovaglia, sono dipinti sommariamente e la prospettiva è completamente distorta; il tavolo è inclinato tanto che nella realtà i frutti del melograno rotolerebbero per terra. La disposizione degli oggetti non è casuale perché tutti i volumi, rettangoli, sfere, coni, sono disposti in un perfetto bilanciamento. È il colore a reggere l’equilibrio compositivo: più acceso nei piccoli volumi, più spento negli oggetti grandi.

Cèzanne propone così il modo migliore di guardare la scena, a costo di forzare la realtà, proprio a partire dal una melagrana. Nella sua intuizione la percezione passa anche attraverso la conoscenza che abbiamo del mondo perché: “nella pittura ci sono due cose: l’occhio e il cervello, ed entrambe devono aiutarsi tra loro”.

 

Photo credits: Paul Cézanne

melograno oscar wilde
melograno oscar wilde

Un’opera cosiddetta minore quella di “Una casa di melograni” (A House of Pomegranates) di Oscar Wilde. Si tratta di una raccolta di favole per adulti più che per bambini dove il melograno la fa da padrone.

Fu pubblicata nel 1891 con le illustrazioni di Charles de Sousy Ricketts e Charles Hazlewood Shannon, i due più noti e fidati collaboratori dello scrittore irlandese. In questa breve raccolta incontriamo un Oscar Wilde “diverso” da quello più conosciuto: come lui stesso scrive in una lettera a un amico, l’intento di queste storie è quello di proporre uno specchio della vita moderna in forme lontane dalla realtà, di trattare problemi contemporanei in modi ideali, metaforici e non direttamente rappresentativi. L’intento di comunicare delle verità, anche e soprattutto tristi e di proporre degli esempi di comportamento morale.

Sono quattro i racconti di questa “Casa”: Il giovane re; Il compleanno dell’Infanta; Il pescatore e la sua anima e Il Bimbo Stella. Nel terzo racconto si narra la storia di un giovane pescatore innamorato di una sirena che, per poterla sposare, rinuncia alla sua anima. Anima che però tenta invano per tre anni di riappropriarsi del corpo del giovane, finché ci riesce con l’inganno.

melograno oscar wilde
melograno oscar wilde

Purtroppo però un incantesimo lo sottrae dall’amata che muore annegata a filo dell’acqua.

Nel racconto si narra della città di Illel, dove la notte, al chiaro di luna, i personaggi si fermano a raccogliere dal melograno i frutti da spaccarle per bere il dolce succo.

E poche righe più avanti si legge ancora di una «casa rossa come una rosa – che pare essere “La casa della melagrana”… – dove dimorava il dio».

Ecco il melograno con i colori accesi, il verde perfetto nel quale sembra di potersi specchiare, il rosso puro del frutto e dei chicchi della melagrana a colorare la sofferenza e lo stile barocco che, invece dipinge l’ambiente delle quattro novelle. Un tocco di colore nel “dark”.

Photo credits: Shahrokh Dabiri

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Il melograno nella Roma antica
Il melograno nella Roma antica

Il melograno, fin dall’antichità, è stato raffigurato tra le mani delle divinità a cui era consacrato. Diverse sono le leggende legate a questo frutto.

Un mito greco lega il melograno alla figura di Dioniso. Si narra che Zeus, padre degli dei, si invaghì di Semele e la amò, sotto le mentite spoglie di uomo mortale. Hera, moglie di Zeus, gelosa, travestita da vecchia, indusse la giovane, rimasta incinta, a chiedere a Zeus di mostrarsi nel suo vero aspetto, instillandole il dubbio che potesse essere una creatura mostruosa.

La furia di Zeus incenerì Semele, ma Hermes riuscì a salvare il bimbo che aveva nel grembo, cucendolo nella coscia dei padre degli dei e lasciandolo crescere ancora per tre mesi, sì da nascere nei tempi giusti. Non appena Hera venne a conoscenza della nascita del bimbo, chiese ai Titani di ucciderlo. Questi lo catturarono, lo fecero in sette pezzi e lo bollirono in un calderone. Il sangue di Dioniso che cadde sulla terra, diede vita alla pianta del melograno e dalle ceneri del piccolo nacque anche un’altra pianta di grande valenza: la vite.

Il melograno nella Roma antica
Il melograno nella Roma antica

La nonna Rea, a quel punto, fece resuscitare il piccolo e lo costrinse a indossare vesti femminili per rendersi invisibile a Hera. Ma fu trovato dalla dea, che gli mise sottosopra la mente. Da allora lui vagò per il mondo con le Menadi, donne che lo idolatrano, e che con lui si lasciano andare ai piaceri del vino e della carne, nelle orge, momenti in cui il corpo si ricongiunge alla natura.

Chi mangiava i chicchi di melograno, subiva una sorta di incantesimo e veniva catapultato tra i piaceri di Afrodite. Si narra, infatti, che proprio Afrodite piantò per prima l’albero del melograno nell’isola di Cipro, e da allora la pianta le fu consacrata.

 

Photo credits: vintagedept

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Melograno
Melograno

Proprio come un albero di melograno che con le sue radici raggiunge e incastra volumi di terreno sottostanti e lontani dal tronco, proprio così come i suoi fiori e i suoi frutti rendono viva e piacevole la sua chioma, così è stato progettato l’auditorium del Warsaw Symphony Orchestra, la struttura dell’orchestra sinfonica di Varsavia.

Per poterla inserire in un contesto già urbanizzato ma, col tempo, degradato, Fernando Martin Menis, architetto spagnolo, ha dovuto recuperare le strutture preesistenti nella zona, inglobandole nel suo stesso progetto, proprio come farebbe un albero di melograno, con le sue radici, piantato in una nuova posizione. In questo modo è stata data importanza non solo all’aspetto urbano ma anche al rispetto dell’ambiente circostante.

All’interno dell’elemento centrale del progetto, la struttura ospitante la sala ha la forma e le fattezze della melagrana. Essa infatti è stata concepita come un geode al cui interno dei palchi, ognuno con forme poligonali diverse, posti ad altezze differenti, ospitano i posti a sedere per il pubblico e ciò ricorda, molto chiaramente, la disposizione dei semi della melagrana al suo interno. Il tutto è impreziosito con delle pietre di vetro che aumentano la luminosità della sala e riflettono la luce proveniente dal lucernario.

Dalle strutture esterne, riconvertite in sale d’amministrazione, in ristorante, in sala espositiva, in spogliatoi e piccole sale prove, il pubblico può accedere, anche grazie ad un particolare tunnel sotterraneo, al centro della struttura, alla sala vera e propria, diventando quasi come la linfa che tiene in vita qualunque vegetale. E come questo progetto, questo albero ideale di melograno dimostra che senza linfa non esisterebbe la musica. E senza pubblico non esisterebbe l’arte.

 

Photo credits: Angelo Cesare

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Melograno Pompei
melograno Pompei

Le raffigurazioni riguardanti il melograno hanno spesso una carica fortemente simbolica e sono diffuse largamente in ambito funerario.

Eppure, vi sono altre rappresentazioni in cui la melagrana compare, seppur raramente, non necessariamente legato ad un complesso programma iconografico. Ciò denota quanto le peculiarità estetiche di questo arbusto e del suo frutto abbiano colpito l’immaginario, tanto da essere utilizzato in rappresentazioni puramente ornamentali.

L’albero del melograno infatti si riconosce perfettamente negli affreschi che decorano l’ambiente sotterraneo della Villa di Livia o Villa di Prima Porta, appartenuta a Livia Drusilla, moglie dell’imperatore Augusto.

Ascrivibile alla prima metà del I sec. d. C., ci ha tramandato uno dei più raffinati esempi di pittura parietale romana. Soggetto preferito di tali rappresentazioni era il giardino illusionistico, come si riscontra in altre abitazioni coeve: la pittura avvolgeva interamente le pareti dei triclinii così da infondere nei commensali l’illusione di banchettare all’aperto.

Melograno Pompei
melograno Pompei

L’attenzione al dato realistico è qui impressionante ed è testimoniata dal sapiente utilizzo dei colori per la rappresentazione delle specie avicole e dalle sfumature del verde, utilizzate sia per definire le varie specie botaniche, sia per rendere gli effetti della luce che si infrange su foglie, frutti, fiori e cespugli.

La rappresentazione dell’albero del melograno, che qui ricorre più volte, funge da puro elemento decorativo, ed è per noi, insieme alla varietà dei vegetali rappresentata, un prezioso documento che aiuta a ricostruire l’aspetto dei giardini delle ville romane dell’epoca e che testimonia al tempo stesso la diffusione e l’utilizzo della pianta del melograno nel corso del tempo.

Photo credits: Ian Scott

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melograno rosso sangue
melograno rosso sangue

Pomegranate” (melograno) è una video installazione del 2006 dell’artista israeliano Ori Gersht che potremmo tranquillamente scambiare per un vecchio quadro d’autore. E non saremmo troppo lontani dalla realtà.

Infatti Gersht riprende un dipinto del diciassettesimo secolo del pittore spagnolo Juan Sànchez Cotan e riproduce fedelmente la composizione su sfondo nero, tipico delle nature morte, e infine incornicia il monitor del suo video in una spessa cornice di legno completando la finzione.

Improvvisamente l’immagine si anima e la perfezione e la calma della scenario vengono letteralmente squarciate da un proiettile che sembra bucare il telaio disintegrando il melograno sospeso nel nero con un filo.

Il succo e i chicchi di melograno si spargono ovunque nello schermo lentissimamente e lo spettatore resta affascinato dalla distruzione, quasi folgorato da sentimenti di bellezza mista ad angoscia.

L’obiettivo è quello di dilatare e rendere per sempre chiaro e leggibile, per mezzo di una fotocamera ad alta risoluzione che cattura 177550 fotogrammi al secondo, un preciso attimo. L’attimo in cui tutto cambia e le nostre certezze vengono spazzate via per far posto alla paura.

Sicuramente nell’opera ci sono rimandi biografici all’infanzia dell’artista a Tel Aviv e segnata dalla Guerra del Kippur.

I frammenti di rosso vivo del melograno riportano alla mente una potentissima immagine di spargimento di sangue se pensiamo che in lingua ebraica la parola rimon sta a significare sia melograno che granata.

Gersht ci propone una cruda realtà guardata al rallentatore, in cui tutti siamo chiamati a fare da spettatori di questo spettacolo illogico e osceno fatto di fascinazione e terrore.

Photo credits: Bre LaRow

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Melograno Coltivazione
Melograno Coltivazione

Solo apparentemente sembra che la matematica non abbia legame alcuno con la natura. Però, osservando con più attenzione alcuni eventi, si resta sbalorditi. Ad esempio, come fa notare Mario Livio, astrofisico israeliano, “dai girasoli alle conchiglie, dai vortici degli uragani alle immense spirali galattiche, la natura ama le spirali logaritmiche”. Per non parlare delle incredibili combinazioni di forme e linee dei fiocchi di neve o della geometria della melagrana.

Su questo strano rapporto si è basato l’architetto francese Emmanuel Sitbon, della parigina Sitbon Architects. Dando valore alla forma esagonale del melograno, nonché a quella dei suoi semi, ha disegnato Grenade, un progetto sperimentale di “architettura gonfiabile”, una sorta di padiglione a forma di melograna, fortemente esagonale, destinato ad ospitare mostre itineranti di arte contemporanea, presentazioni ed esibizioni.

Grenade - padiglione a forma di melograna
Grenade – padiglione a forma di melograna

Infatti, grazie alla sua specifica natura può essere spostato di città in città, ossia montato, gonfiato in campi aperti o parchi, e smontato, sgonfiato e portato via, in maniera semplice, veloce ed economica. Sulle pareti esterne compaiono quelli che sono i semi del frutto della melagrana a cui il progetto si ispira, che ornano il tutto creando un gradevole effetto luminoso.

Quelli posizionati più in basso sono riempiti di sabbia, a mo’ di zavorra, per stabilizzare la struttura. Attorno ad essa, invece, ne vengono piazzati altri, creando una sorta di percorso segnato per invogliare il pubblico ad indirizzarsi verso la struttura stessa.

Melograno Coltivazione
Melograno Coltivazione

La sommità della struttura di plastica gonfiabile riprende la forma esagonale e offre, per i visitatori all’interno di Grenade, filtrando la luce del sole e colorando l’interno col rosso caratteristico del melograno, una sorta di connessione con il cielo.

Il progetto Grenade mira ad avvicinare il pubblico all’arte meravigliandolo tramite un emozionante design che crea un’esplosione di colore”.

Photo credits: Coniferconifer

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